Emissioni 2030, l'Italia non è "in linea" come la si racconta: cosa dicono davvero i numeri
- Andrea Ronchi

- 20 ore fa
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Nei giorni scorsi è circolato un messaggio esplicito: l'Italia può centrare l'obiettivo europeo di riduzione delle emissioni del 55% al 2030. La fonte è un rapporto ISPRA serio e prudente. Il problema non è il rapporto. È la distanza tra quello che dice davvero e lo slogan in cui è stato tradotto (anche dallo stesso ISPRA nei propri comunicati stampa). E i dati in anteprima dello studio Decarbonization Policy and Technology dell'Energy & Strategy Group del Politecnico di Milano, di cui CO2 Advisor è partner, raccontano un disallineamento che la versione rassicurante preferisce non vedere.
Una versione di questa analisi è stata pubblicata su Agenda Digitale

Cosa dice ISPRA quando lo si legge oltre il titolo
Il "55% alla portata" regge su un pilastro che ha tenuto finora e su un silenzio. Il pilastro è l'EU ETS: i settori obbligati devono ridurre del 62% rispetto al 2005 e le proiezioni li collocano su quella traiettoria. Ma quella solidità appartiene al passato, agli anni in cui l'ETS era un mercato vero. La progressiva deriva verso una carbon tax de facto (lo vedremo più avanti) rischia di erodere proprio l'efficienza e l'efficacia che hanno reso credibili quei risultati, e rende imprudente proiettarli in avanti come se lo strumento fosse rimasto lo stesso. Il silenzio, invece, riguarda tutto il resto. L'obiettivo dei settori non-ETS (trasporti, riscaldamento degli edifici, agricoltura, rifiuti, industria esclusa dall' ETS), regolati dall'Effort Sharing, è un taglio del 43,7% rispetto al 2005. E qui lo stesso rapporto è esplicito: con le politiche adottate l'Italia non raggiunge il target, e nemmeno lo scenario rafforzato dal PNIEC colma del tutto la distanza.
In altre parole, la voce che pesa di più sulla vita delle persone, trasporti e riscaldamento, è quella che non centra l'obiettivo. Il "siamo in linea" si ottiene appoggiandosi al pilastro che ha funzionato finora e a un assorbimento forestale favorevole, mentre il pilastro più difficile arretra. La comunicazione collassa questa asimmetria in un unico numero rassicurante, e nel farlo cambia la sostanza: un risultato possibile solo a determinate condizioni, e solo in alcuni settori, viene presentato come un esito già acquisito per l'intero Paese.

Il problema aritmetico: il ritmo andrebbe più che raddoppiato
Al 2023 la riduzione delle emissioni nette italiane rispetto al 1990 è stata del 36%, in linea con il 37% aggregato di EU27. Arrivare al 55% significa coprire altri 19 punti in meno di sette anni. I 36 punti accumulati si sono distribuiti su 33 anni, poco più di un punto all'anno. I 19 residui andrebbero ottenuti a una velocità più che doppia, vicina al triplo se si guarda alla finestra che resta davvero. E su una base in cui le riduzioni facili (il passaggio dal carbone al gas, i grandi guadagni di efficienza) sono già state incassate e non si ripetono. Chiamare questa traiettoria "alla portata", senza qualificarla, è ottimismo, non analisi.
Il problema della composizione: riduzione o desertificazione industriale?
C'è una domanda che la narrazione rassicurante non pone mai: le riduzioni ottenute finora sono progresso climatico, o in parte il sottoprodotto di chiusure e delocalizzazioni? L'incidenza della manifattura sul PIL è scesa di 5-7 punti nei principali Paesi europei. In Italia, mentre il PIL reale cresceva di circa il 20% in trent'anni, il valore aggiunto manifatturiero è rimasto piatto. Una tonnellata di CO2 che non viene più emessa perché la produzione è uscita dai confini non è una tonnellata abbattuta: è una tonnellata spostata. È carbon leakage, non decarbonizzazione.
E c'è il paradosso peggiore. Quando una produzione si delocalizza, di norma migra verso giurisdizioni con mix energetici peggiori e vincoli più laschi, dove la stessa lavorazione emette di più. A livello di sistema, la deindustrializzazione europea non riduce le emissioni globali: le aumenta. Spostiamo l'attività economica dove produrre la stessa unità di output costa più CO2, e ci attribuiamo il merito ambientale della partenza. Abbiamo ceduto valore aggiunto, occupazione e capacità industriale in cambio di un beneficio climatico che, nei fatti, non si verifica. Non a caso lo studio dell' Energy & Strategy Group del politecnico di Milano stima, in scenario business as usual, emissioni europee al 2030 superiori di circa 500 milioni di tonnellate rispetto al target Fit for 55.
Il problema che l'ottimismo dimentica: il costo
Una comunicazione che dichiara la rotta corretta dovrebbe almeno chiedersi a quale prezzo. A fronte di 100-127 miliardi di euro investiti ogni anno nei pilastri della decarbonizzazione, in Italia non si è quasi mai superata la soglia di 10-11 milioni di tonnellate di CO2 ridotte. Ne risulta un costo per tonnellata abbattuta superiore ai 10.000 euro. Il dato non dice che decarbonizzare sia inutile, dice che gran parte delle misure è ampiamente inefficiente. La transizione che abbiamo perseguito finora è insostenibile nelle modalità.
L'unica misura che ha funzionato, e perché
L'unico strumento sostanzialmente in linea con i propri target è l'EU ETS, con un prezzo della CO2 mai superiore ai 100 euro a tonnellata. Ha funzionato perché era un mercato vero: tetto rigido e decrescente, prezzo formato liberamente, libertà per ogni operatore di scegliere dove ridurre. La logica cap-and-trade nella sua forma corretta. Ciò che è cambiato è la natura del sistema: il peso crescente delle aste rispetto alle assegnazioni gratuite ha trasformato l'ETS in qualcosa che somiglia più a una tassa che a uno scambio di permessi. Non è più il mercato a fissare il prezzo della scarsità, è il legislatore che lo pilota verso l'alto. Per questo i risultati ottenuti finora non sono un proxy affidabile del futuro: misurano uno strumento che oggi non esiste più nella stessa forma. E all'orizzonte c'è l'ETS 2, che nasce come carbon tax de facto su settori privi della flessibilità che rende efficiente un mercato dei permessi di emissione.
La vera disinformazione è la rassicurazione
Mettere a confronto ISPRA e lo studio del Politecnico non serve a stabilire chi ha ragione: i numeri di partenza sono gli stessi. Serve a mostrare cosa succede quando un'analisi tecnica, fatta di scenari condizionati e pilastri a velocità diverse, viene tradotta in uno slogan. La disinformazione non sta nei dati, sta nel passaggio dal "potrebbe essere in linea, a certe condizioni e in alcuni settori" all'"Italia è in linea". Il rischio è il compiacimento, esattamente ciò che non possiamo permetterci quando il ritmo andrebbe più che raddoppiato, una parte delle riduzioni è da delocalizzazione e una tonnellata abbattuta costa in media più di 10.000 euro.
Serve l'opposto della rassicurazione: neutralità tecnologica e geografica, attenzione spietata all'efficienza della spesa, difesa del cap-and-trade come unico meccanismo di prezzo legittimo e apertura ai crediti internazionali di CO2 ai sensi dell'Articolo 6 dell'Accordo di Parigi. Sarebbe utile partire da qui, prima di archiviare il dossier 2030 come una buona notizia.
Appuntamento: il convegno del 10 giugno al Politecnico di Milano
Lo studio Decarbonization Policy and Technology offrirà molti altri elementi sulle cause di questo disallineamento, tra geopolitica, competitività industriale e tecnologie per la decarbonizzazione. Sarà presentato il 10 giugno 2026, dalle 9:30, al campus Bovisa del Politecnico di Milano, nel convegno dell'Osservatorio Energy & Strategy "Tra geopolitica e decarbonizzazione: quale politica energetica per il settore industriale?", dove interverrò come relatore. La partecipazione è aperta e l'iscrizione è disponibile sul sito dell'Osservatorio.
Domande frequenti
L'Italia è in linea con l'obiettivo di riduzione delle emissioni del 55% al 2030?
Solo in parte e solo a determinate condizioni. L'EU ETS è in traiettoria, ma i settori dell'Effort Sharing (trasporti, edifici, agricoltura, rifiuti, industria minore) non raggiungono il target del 43,7% rispetto al 2005, come riconosce lo stesso rapporto ISPRA. Lo slogan "in linea" collassa questa asimmetria in un unico numero rassicurante.
Di quanto si sono ridotte le emissioni italiane?
Al 2023 la riduzione delle emissioni nette rispetto al 1990 è del 36%, in linea con il 37% di EU27. Per arrivare al 55% servono altri 19 punti in meno di sette anni, a un ritmo annuo più che doppio rispetto a quello tenuto finora.
Cos'è il carbon leakage e perché riguarda gli obiettivi 2030?
È lo spostamento della produzione, e quindi delle emissioni, verso Paesi terzi. Una tonnellata non emessa perché la produzione è uscita dall'Europa non è abbattuta, è spostata, spesso verso giurisdizioni più inquinanti. Parte delle riduzioni storiche europee ha questa natura, e a livello globale può far aumentare le emissioni.
Quanto costa decarbonizzare in Italia?
A fronte di 100-127 miliardi di euro l'anno investiti, le riduzioni si sono fermate intorno ai 10-11 milioni di tonnellate, con un costo superiore ai 10.000 euro per tonnellata abbattuta. È un indice di forte inefficienza della spesa.
Una versione di questa analisi è stata pubblicata su Agenda Digitale I dati provengono dal rapporto ISPRA e dallo studio Decarbonization Policy and Technology dell'Energy & Strategy Group del Politecnico di Milano.





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