Tutti vogliono abolire l'ETS (anche chi dice di difenderlo)
- Andrea Ronchi

- 3 ore fa
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Alla Camera dei deputati il dibattito si è polarizzato tra chi vuole sospendere il sistema e chi lo vuole proteggere così com'è. Sono due strade verso lo stesso esito: la fine dell'ETS come mercato. Perché il vero problema non sono le emissioni, sono le aste, e il modo in cui i proventi vengono spesi dall'alto.

Il 17 giugno, a Palazzo Montecitorio, ho partecipato alla tavola rotonda organizzata dal think tank ECCO, "L'ETS per l'Italia: competitività, sicurezza, prospettive"(video integrale dell'evento), ospitata dal Vicepresidente della Camera dei deputati On. Sergio Costa. Sul tavolo, alla vigilia della revisione che la Commissione europea presenterà il 15 luglio, c'era la domanda che divide la politica italiana ed europea: l'ETS va difeso o va sospeso?
È la domanda sbagliata. E la mia tesi, espressa nel confronto con l'On. Chiara Braga (Presidente del gruppo parlamentare del Partito Democratico) e l'On. Tullio Patassini (Responsabile Energia della Lega), moderato da Stefano Feltri, è volutamente provocatoria: oggi tutte le forze politiche stanno lavorando per abolire l'ETS. Comprese quelle che credono di difenderlo. Perché lo strumento che difendono non è più un mercato, è una carbon tax travestita da mercato. E difendere questa versione dell'ETS significa rendere irreversibile la sua degenerazione.
Una cosa è salvare l'ETS, un'altra è salvare questo ETS
Parto da una premessa: l'ETS è uno strumento da salvare. È il principale meccanismo di mercato che l'Europa si è data per decarbonizzare la propria industria. Ha contribuito a tagliare le emissioni nei settori coperti (in Italia di circa il 49% tra il 2005 e il 2024), ha dato a imprese e governi un segnale di prezzo di lungo periodo. Sospenderlo o congelarlo, come a più riprese è stato chiesto anche da Roma, significherebbe iniettare incertezza normativa proprio nella fase più delicata, scoraggiando gli investimenti che diciamo di voler attrarre.
Ma una cosa è salvare l'ETS, un'altra è salvare questo ETS. Lo strumento che abbiamo davanti oggi assomiglia sempre di più a una carbon tax e sempre di meno a un mercato. E la differenza non è semantica, è sostanziale.
Un sistema di cap-and-trade funziona quando rispetta tre condizioni minime: un tetto rigido alle emissioni (il cap), una distribuzione dei permessi di emissione a ciascun partecipante (con volumi che decrescono linearmente con aggiustamenti rapidi al variare dei livelli di attività degli stabilimenti coinvolti), una libera formazione del prezzo. Sono queste tre condizioni a garantire che il prezzo della CO2 sia un vero segnale, capace di indirizzare il capitale verso le soluzioni di decarbonizzazione a minor costo marginale. Quando il sistema deriva verso il progressivo aumento delle aste a scapito dell'allocazione gratuita, e quando i ricavi vengono trattati come una qualsiasi entrata di bilancio da redistribuire dall'alto, l'ETS smette di fare quello per cui era nato. Diventa un prelievo fiscale sulle emissioni, con una differenza pericolosa rispetto a una tassa esplicita: continua a chiamarsi mercato, e quindi sfugge alla valutazione di efficienza che applicheremmo a qualsiasi imposta.
Le aste come scorciatoia (e perché tradiscono la logica del mercato)
Vale la pena ricordare perché le aste sono diventate il cuore del sistema. La Commissione, storicamente, avrebbe preferito una carbon tax europea, ma l'articolo 192(2) del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea riserva la materia fiscale all'unanimità degli Stati membri, a tutela della loro sovranità fiscale. L'aumento progressivo delle aste è stato il modo per estrarre gettito senza chiamarlo tassa.
Il prezzo di questa scorciatoia è l'intera logica dello strumento. Quando le quote venivano assegnate gratuitamente in quantità decrescente, i costi di un'impresa erano i ricavi di un'altra: chi innovava e riduceva le proprie emissioni liberava quote da vendere. La ricchezza restava nel sistema produttivo e veniva riallocata verso gli operatori più efficienti. Era un mercato nel senso pieno del termine. Con le aste, quel flusso viene intercettato dallo Stato e dall'Unione. E qui arriva la domanda che il dibattito, da entrambe le parti, continua a eludere: come può esistere neutralità tecnologica in un sistema in cui i proventi vengono redistribuiti centralmente dall'alto?
Il vero problema sono le aste, e il problema non è solo il ritardo
l punto più concreto del mio intervento ha riguardato l'uso dei proventi, ed è qui che il dato portato da ECCO è impietoso: in Italia solo il 9% dei proventi delle aste ETS viene tracciato e destinato a politiche di transizione energetica e climatica, contro una media europea intorno al 75%.
Il dibattito pubblico si è concentrato su un solo strato del problema, il ritardo e la sotto-spesa: risorse impegnate ma non spese, gestite per contingenze più che per piani di medio periodo. È un problema reale, ma è il meno grave. Lo strato strutturale, quello che quasi nessuno nomina, riguarda la qualità della spesa quando finalmente avviene. Anche le risorse effettivamente destinate alla transizione non premiano più le soluzioni a minor costo marginale di abbattimento. Vengono allocate secondo logiche amministrative, settoriali o di opportunità politica, non secondo il criterio di efficienza che dovrebbe guidare ogni euro speso per ridurre una tonnellata di CO2.
È esattamente il contrario di ciò che un mercato del carbonio funzionante dovrebbe produrre: prendere il segnale di prezzo e tradurlo in investimenti là dove ogni euro abbatte più emissioni. La redistribuzione top-down, invece, seleziona i vincitori politicamente: decide che una tecnologia merita più di un'altra, che un settore merita più di un altro, che un Paese merita più di un altro. Può farlo saggiamente o malamente, ma non potrà mai farlo con la stessa efficienza informativa di milioni di decisioni d'impresa autonome. E i numeri non lasciano spazio all'ottimismo: a fronte di decine di miliardi spesi ogni anno per la transizione (100-120 miliardi di €/anno per investimenti pubblici e privati nella decarbonizzazione), i risultati in termini di tonnellate effettivamente abbattute restano modesti (10-11 miioni ,di tonnelate di CO2e ridotte ogni anno) con costi per tonnellata che in diversi interventi salgono a livelli fuori scala (>10.000 €/CO2e ton ridotta) . Trasformare un mercato in gettito fiscale ha senso solo se si confida nella capacità del decisore pubblico di reinvestire quel gettito meglio del mercato. È esattamente la capacità che i numeri smentiscono.
Per un Paese con spazi fiscali ridotti come l'Italia, questa non è un'inefficienza qualsiasi: è un'occasione mancata che si rinnova ogni anno. Il rischio è il peggio di entrambi i mondi: da un lato il costo del carbonio contribuisce a spingere fuori le produzioni energivore, dall'altro le risorse che quel costo genera non tornano all'industria che resta. Le emissioni se ne vanno con le fabbriche, i proventi restano in gran parte fermi, e quel poco che si muove non va dove servirebbe. Un doppio fallimento che diventa triplo: perdiamo l'industria, non spendiamo le risorse, e quando le spendiamo lo facciamo male.
Le aste potrebbero avere un ruolo se impiegate per una porzione minoritaria delle assegnazioni e se i proventi venissero utilizzati per creare le infrasturrre che possano abilitare lo sviluppo delle soluzioni di decarbonizzazione
ETS2: la degenerazione portata a compimento
Chi pensa che ETS2 sia "meglio posizionato" dovrebbe guardarlo per quello che è. Lo strumento pensato per le emissioni diffuse di trasporti, edifici e piccole utenze nasce, fin dall'impostazione, come una carbon tax de facto: applicata a settori privi della flessibilità e della capacità di scelta tecnologica che rendono efficiente un mercato delle quote. Si prende il nome dell'ETS e se ne abbandona la sostanza, scaricando sui consumatori finali un prelievo amministrativo travestito da meccanismo di mercato. Nessuna allocazione gratuita, nessun meccanismo di scambio reale. È la degenerazione portata a compimento.
Cosa chiedere davvero alla revisione di luglio
La revisione del 15 luglio è una finestra stretta, ma è quella in cui si deciderà se l'ETS resterà un mercato o diventerà definitivamente una tassa. Difendere lo status quo non è difendere l'ETS: è ratificarne la fine. Chiedere la sospensione, allo stesso modo, vuol dire rinunciare a riformarlo proprio quando se ne ha l'occasione.
La direzione ideale è opposta a entrambe. Restituire allo strumento le sue tre condizioni costitutive: tetto rigido, assegnazioni prevalentemente gratuite, utilizzo dei crediti di CO2 per una parte degli obblighi di compliance. Smettere di considerare la volatilità o l'intervento di operatori finanziari un difetto da correggere.
Difendere la neutralità tecnologica e geografica come principio, non come slogan. E aprire seriamente ai crediti internazionali di alta qualità dell'Articolo 6, per abbassare il costo della transizione e comprare tempo per i settori hard-to-abate, come la stessa Unione ha iniziato a riconoscere con il target 2040.
L'ETS, nella sua forma autentica di meccanismo di mercato, resta potenzialmente lo strumento più efficiente che l'Europa abbia per decarbonizzare la propria industria preservandone la competitività. Ma per salvarlo bisogna avere il coraggio di dire che oggi non lo è più. E che difenderlo così com'è, in nome del clima, significa lavorare alla sua abolizione con il sorriso.
Il video del mio intervento alla Camera dei deputati:
Video integrale dell'evento sul sito della Camera dei deputati: https://webtv.camera.it/evento/31669


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