L’Europa ha distrutto il miglior strumento liberale per il clima. E ora deve rimborsarne i costi
- Andrea Ronchi

- 11 ore fa
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L’ETS nasce come un mercato. Oggi rischia di diventare una tassa con meccanismi compensativi. E il decreto bollette lo dimostra.
Di Andrea Ronchi
Fondatore e Amministratore, CO2 Advisor
Vice Direttore, Carbon Market Outlook – Energy & Strategy Group, Politecnico di Milano

Si può essere liberali, pragmatici e favorevoli alla decarbonizzazione?
Scrivo da liberale, prima ancora che da studioso dei mercati dell’energia e del carbonio. Sono fondatore e amministratore di CO2 Advisor e vice direttore del Carbon Market Outlook dell’Energy & Strategy Group del Politecnico di Milano.
Credo nel mercato come il più potente meccanismo di creazione di ricchezza e di scoperta dell’efficienza. E credo anche che si possa essere portatori di valori ambientali senza essere ambientalisti nel senso ideologico del termine.
Si può tifare per la decarbonizzazione e, allo stesso tempo, tifare ancora di più per la sopravvivenza del tessuto industriale europeo.
Le politiche climatiche devono creare valore, non distruggerlo.
Ed è proprio qui che nasce il grande paradosso dell’ETS europeo.
Il decreto bollette e il paradosso dell’ETS
In questi giorni si è tornato a parlare di ETS in relazione al decreto bollette che il Governo italiano si appresta a pubblicare. Dalle bozze circolate, si prevede la possibilità di rimborsare i costi sostenuti dai produttori termoelettrici per l’acquisto delle quote di emissione.
È solo l’ultima manifestazione di un paradosso che dura da anni: continuiamo a introdurre distorsioni per correggere distorsioni create in precedenza.
Ed è un peccato, perché l’ETS nasce da un’idea profondamente liberale. Non è una tassa. Nasce come un mercato.
L’intuizione originaria era semplice e potente: fissare un tetto massimo alle emissioni e lasciare agli operatori la libertà di scambiarsi i diritti di emissione. Nessuna tecnologia imposta, nessun piano industriale deciso dalla politica, nessun vincitore o vinto scelto a priori. Solo un vincolo quantitativo e la libertà individuale di adattarsi nel modo più efficiente possibile.
Chi riduce le emissioni a basso costo guadagna. Chi non riesce a ridurle paga. E ogni transazione crea valore perché avviene volontariamente tra due parti che migliorano entrambe la propria condizione.
Questo è il mercato.
Quando l’ETS era davvero un mercato
Per molti anni il sistema ha funzionato esattamente così. Le quote venivano assegnate gratuitamente in quantità decrescente nel tempo.
Le imprese che innovavano e riducevano le proprie emissioni liberavano quote che potevano vendere. I costi di un’impresa diventavano i ricavi di un’altra. La ricchezza rimaneva all’interno del sistema produttivo e veniva riallocata verso gli operatori più efficienti.
Come dimostrato dal Carbon Market Outlook 2025 dell’Energy & Strategy Group del Politecnico di Milano, di cui sono vice direttore, l’ETS è stata una delle politiche climatiche più efficaci mai implementate. Ha consentito una riduzione significativa delle emissioni dei settori coinvolti, mantenendo al tempo stesso un impatto complessivo sostenibile sulla competitività industriale europea.
Questo risultato non è stato ottenuto nonostante il mercato, ma grazie al mercato.
Il passaggio dalle quote gratuite alle aste
Il problema è nato quando l’Unione Europea ha progressivamente sostituito l’assegnazione gratuita con le aste.
In questo modo, i costi dell’azienda A non sono più i ricavi dell’azienda B. Diventano gettito fiscale.
Risorse che vengono sottratte al sistema produttivo e trasferite ai bilanci pubblici nazionali ed europei, per poi essere redistribuite attraverso programmi di spesa spesso caratterizzati da livelli di inefficienza estremamente elevati.
Il sistema smette di funzionare come un mercato e inizia a funzionare come uno strumento fiscale.
Da segnale di mercato a gettito fiscale
Le imprese soggette all’ETS raramente hanno sostenuto costi superiori a 100 euro per tonnellata di CO2.
Eppure, quando queste stesse risorse vengono utilizzate attraverso strumenti pubblici, si arriva a finanziare interventi con costi impliciti anche superiori a 10.000 euro per tonnellata di CO2 evitata.
Questo non è più un mercato. È una tassa.
E come ogni tassa mal concepita, produce effetti distorsivi.
Sempre più settori industriali ricevono rimborsi per compensare i costi ETS: siderurgia, cemento, ceramica. Ora si propone di estendere questi rimborsi anche al settore della produzione elettrica.
Il risultato è un sistema in cui il prezzo della CO2 continua a esistere formalmente, ma viene neutralizzato politicamente attraverso trasferimenti compensativi.
Il paradosso è evidente: si introduce un costo per incentivare l’efficienza, e poi lo si rimborsa per evitarne le conseguenze economiche.
È esattamente la dinamica che avevo sintetizzato già nell’apertura del mio libro I mercati della CO2, pubblicato da Class Editori: i Verdi non vogliono mercificare l’ambiente, mentre il vecchio capitale reazionario non vuole tassare l’aria.
Il risultato è il peggior compromesso possibile: un sistema che non è più un mercato, ma non è nemmeno una tassa trasparente. È una costruzione ibrida che conserva i costi di entrambi eliminandone i benefici.
Come salvare l’ETS: due correttivi essenziali
Eppure, la soluzione esiste, ed è coerente con i principi di un’economia di mercato.
Il primo passo è ripristinare un meccanismo basato prevalentemente sull’assegnazione gratuita decrescente delle quote, limitando drasticamente il ricorso alle aste. L’obiettivo non è eliminare il prezzo della CO2, ma fare in modo che quel prezzo torni a emergere da scambi tra operatori economici, anziché da un prelievo fiscale.
In questo modo, le risorse rimarrebbero nel sistema produttivo, premiando gli operatori più efficienti e incentivando l’innovazione, invece di essere drenate verso la spesa pubblica.
Il secondo passo è estendere il mercato a tutte le riduzioni reali e verificabili delle emissioni, anche quelle realizzate al di fuori del perimetro ETS diretto.
Qualunque intervento – dall’efficienza energetica all’economia circolare, dalla mobilità sostenibile alle innovazioni industriali – dovrebbe poter generare crediti di CO2 vendibili agli operatori ETS.
Questo consentirebbe al mercato di scoprire autonomamente le soluzioni più efficienti, senza bisogno di sussidi, pianificazione centrale o trasferimenti compensativi.
Un mercato crea valore. Una tassa lo distrugge.
Un vero mercato del carbonio non distrugge ricchezza. La crea.
Crea incentivi all’innovazione. Crea efficienza. Crea crescita economica.
Ma soprattutto, crea consenso sociale. Perché gli operatori economici non subiscono una tassa, partecipano a un’opportunità.
Se invece si continua sulla strada attuale, il rischio è opposto: trasformare uno degli strumenti più efficaci mai concepiti in un simbolo del fallimento delle politiche climatiche europee.
L’introduzione dell’ETS2, che estenderà questo meccanismo a settori ancora più vicini alla vita quotidiana dei cittadini, rischia di amplificare ulteriormente queste distorsioni se non verrà profondamente ripensata.
Il vero fallimento non è il mercato del carbonio. È aver smesso di usarlo.
La vera urgenza oggi non è abolire l’ETS, ma salvarlo. Restituendogli la sua natura originaria: quella di uno strumento di mercato.




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