COP30 di Belém: la conferma del realismo climatico inaugurato a Baku
- Andrea Ronchi
- 2 giorni fa
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Aggiornamento: 19 ore fa
Per leggere l’articolo integrale pubblicato su AgendaDigitale, clicca qui La vera svolta della diplomazia climatica non è avvenuta a Belém, ma alla COP29 di Baku. È lì che si è aperta una nuova fase pragmatica dell’azione climatica: una fase in cui le politiche internazionali hanno abbandonato la retorica ideologica per tornare su basi industriali, tecnologiche ed economiche solide.
A Baku, con l’approvazione dell’Articolo 6 e una revisione realistica delle aspettative sui flussi finanziari globali, si è sancito il passaggio da un modello redistributivo a un sistema competitivo, in cui tutti i Paesi cercano di ridurre le proprie emissioni al minor costo marginale possibile. Una scelta che molti avevano giudicato un arretramento, ma che in realtà rappresentava l’unica strada concreta per garantire implementazione reale e non solo ambizioni sulla carta.
Con questo contesto alle spalle, si è arrivati alla COP30 di Belém.

Un contesto geopolitico che impone pragmatismo
La COP30 si è svolta in un clima internazionale fragile. L’assenza dei principali leader mondiali — Stati Uniti, Cina ed Europa — ha reso evidente che la conferenza non sarebbe stata un palcoscenico per annunci simbolici o dichiarazioni prive di basi operative.
Gli Stati Uniti, avendo già comunicato l’intenzione di uscire dal Paris Agreement, non hanno partecipato come attori negoziali. Questo ha imposto la massima cautela a livello globale: nessuno aveva interesse a spingere per dichiarazioni destinate a rimanere vuote.
Di conseguenza, il dibattito si è spostato su un terreno molto più solido: strumenti concreti, realistici e immediatamente implementabili.
Belém non è un fallimento: è il massimo politicamente possibile
Contrariamente a quanto sostenuto dalle correnti ambientaliste più radicali, la COP30 non ha rappresentato un passo indietro. Il testo finale ribadisce l’impegno a contenere il riscaldamento globale “ben al di sotto dei 2°C” e, se possibile, verso 1,5°C entro il 2100. In un momento geopolitico di tale instabilità, mantenere questo obiettivo è già un risultato rilevante.
L’assenza di un riferimento esplicito al phase-out delle fonti fossili non indica mancanza di ambizione, ma semplice riconoscimento della realtà: le economie globali dipendono ancora in larga parte dai combustibili fossili, e una transizione troppo rapida genererebbe instabilità economica, rischi di sicurezza energetica e tensioni sociali.
Non esiste una transizione credibile senza stabilità economica e industriale.Il realismo non frena l’ambizione: la rende possibile.
CO2 Credits: la svolta europea e la legittimazione globale
Il vero protagonista di questa nuova fase è l’economia della transizione.L’Articolo 6 rappresenta oggi la piattaforma multilaterale più concreta per mobilitare capitali privati, tecnologie e innovazione.
Belém ha confermato tre punti fondamentali:
il carbon pricing diventerà un pilastro della decarbonizzazione globale;
gli scambi di riduzioni certificate (ITMOs) accelerano l’abbattimento delle emissioni;
la neutralità tecnologica passa da slogan a pratica operativa;
il settore privato non è un osservatore esterno, ma il motore industriale del cambiamento.
A rafforzare questo quadro, proprio alla vigilia della COP30, è arrivata una decisione storica dell’Unione Europea:la reintroduzione dei crediti internazionali di CO2 nella strategia al 2040.
Un cambio di direzione profondo, dopo anni di rigidità. Parallelamente, anche la Science Based Targets initiative (SBTi) ha aperto alla possibilità di utilizzare crediti di CO2 di alta qualità per gestire le emissioni residuali.
Il messaggio è inequivocabile:non esiste un piano di decarbonizzazione realistico che possa fare a meno dei crediti internazionali di CO2.
I crediti di CO2 come acceleratori della transizione
I crediti di CO2 non sono una scorciatoia: sono una strategia industriale.
Permettono di:
compensare oggi emissioni che non possono ancora essere eliminate tecnologicamente;
concentrare investimenti su tecnologie avanzate (CCS, idrogeno verde, nucleare, combustibili sintetici, elettrificazione industriale);
sostenere la curva di apprendimento e di scalabilità delle soluzioni più costose.
Senza questa componente, la transizione sarebbe molto più lenta e molto più onerosa.
Articolo 6: un mercato più liquido e più maturo
Nel 2024–2025 gli accordi bilaterali Art. 6.2 tra Paesi sono cresciuti rapidamente. Il mercato dei crediti di CO2 è oggi:
più liquido,
più trasparente,
più affidabile
di quanto non sia mai stato.
Tutti gli indicatori suggeriscono che il 2025 sarà un anno record per i mercati globali della CO2, sia volontari che regolati.
Il Sud del mondo diventa protagonista della transizione
Una delle dinamiche più interessanti riguarda i Paesi del Sud del mondo.Grazie a baseline emissive relativamente basse e a costi competitivi, molti Paesi africani, asiatici e latinoamericani sono in grado di attirare capitali generando riduzioni a costi molto inferiori rispetto ai Paesi industrializzati.
Per anni considerati beneficiari passivi dei flussi climatici, oggi sono attori competitivi nel panorama globale.
Nel lungo periodo, quando avranno esaurito le opportunità più economiche, emergerà la necessità di tecnologie avanzate — e lì torneranno centrali le economie mature.È un ecosistema dinamico, governato da logiche economiche, non ideologiche.
Come CO2 Advisor supporta le aziende nell’utilizzo strategico dei crediti di CO2
L’attuale fase dei mercati del carbonio rappresenta un’opportunità unica: un mercato storicamente lungo si sta rapidamente trasformando in un mercato corto, con dinamiche di prezzo destinate a cambiare in modo strutturale. Per le aziende che devono pianificare la propria strategia climatica, questo è un momento decisivo per agire.
CO2 Advisor affianca imprese italiane e internazionali nell’integrazione intelligente dei crediti di CO2 all’interno dei loro piani di decarbonizzazione.
1. Integrare i crediti di CO2 nei piani climatici aziendali
Analisi della carbon footprint e delle emissioni residuali.
Definizione di target climatici credibili e allineati agli standard internazionali.
Strategia di utilizzo dei crediti di CO2 come componente strutturale della decarbonizzazione.
Supporto alla rendicontazione e alla comunicazione verso stakeholder, investitori e value chain.
2. Acquistare crediti di CO2 nel momento di mercato più favorevole
Analisi delle congiunture nei mercati volontari e regolati.
Identificazione dei portafogli più efficienti (reduction, removal, natura-based, progetti tecnologici, ITMOs Art. 6).
Definizione del timing di acquisto ottimale in un mercato che sta diventando “short”.
Gestione del rischio prezzo e strategie di hedging CO2.
3. Navigare l’Articolo 6 e gli accordi bilaterali
Identificazione dei Paesi più competitivi per la generazione di crediti.
Assistenza nelle operazioni ITMOs e nelle partnership di cooperazione bilaterale.
Verifica di integrità, qualità e tracciabilità dei crediti.
4. Supporto alle decisioni strategiche
Costruzione di scenari di prezzo CO2 2025–2035.
Valutazione comparata: riduzioni interne vs crediti esterni.
Analisi del valore industriale dei crediti nel portafoglio climatico aziendale.
Perché agire ora
Le regole dell’Articolo 6 sono operative.
L’UE ha riaperto ai crediti internazionali.
La domanda aziendale sta crescendo.
I prezzi sono ancora ai minimi storici.
👉 Chi acquista crediti di CO2 oggi protegge la propria azienda contro un mercato destinato a diventare sempre più corto.
